Giacomo Puccini, l’operista più rappresentato al mondo

di Guido Michelone 

Puccini – stando alle odierne statistiche – è attualmente l’operista più rappresentato nel mondo assieme a
Mozart e Verdi (addirittura quattro suoi capolavori figurano tra i primi dieci), forse perché la sua arte si sta
rivelando sempre più universale e universalista in grado insomma di intercettare i gusti del pubblico
contemporanea come già all’epoca quelli di fine Ottocento e inizio Novecento. Oggi come ieri insomma Puccini
piace a tutti grazie a una drammaturgia fortemente comunicativa ma anche grazie a una complessità di scrittura
musicale, in cui oggi finalmente ci si rende conto di percorrere e precorre la modernità.
Durante il 2024 in occasione del centenario della morte (che ancora si protrae in iniziative) escono su Puccini
due libri molto significativi: da un lato Puccini di Virgilio Bernardoni nella collana ‘L’opera italiana’ per Il
Saggiatore, dall’altro Puccini ‘900 di Filippo Del Corno nella collana ‘Correnti’ delle Edizioni Curci. Il primo è
una classica biografia, il secondo, stando al sottotiolo ‘La seduzione della modernità’ insiste maggiormente sugli
aspetti innovativi nei melodrammi del compositore.
Conviene partire da Bernardoni, ottimamente recensito da Cesare Galla su «Le Salon Muiscal» per capire
come le prime prove di Puccini artista – nato a Lucca il 22 dicembre 1858 – risalgano agli anni milanesi di studio
e formazione, quando comincia a interessarsi proprio in virtù di compositore anche alle problematiche della
produzione (regia, scelta di cantanti, direttori, parolieri, impresari, organizzatori, mecenati) che egli seguirà quasi
sempre da vicino. In tal senso egli vorrebbe per l’opera lirica una presenza pubblica di garanzia a livello sia
economico sia gestionale e tale idea assolutamente innovativa verrà realizzata già nel 1921 con l’ente autonomo
Teatro alla Scala benché per funzionare a pieno titolo ci vorranno ancora diversi anni.
Puccini, oggi ritenuto musicista internazionale o addirittura internazionalista, è però il frutto del proprio
territorio (la città di Lucca), quasi l’erede di profonde radici di cultura musicale soprattutto a partire dal
Settecento quando la città è una delle capitali della musica da chiesa pur senza disdegnare l’ormai vincente teatro
musicale. Secondo la tradizione familiare – nonno e papà musicisti – Giacomo dovrebbe limitarsi allo studio
dell’organo e della composizione di musica sacra, ma egli sovverte tale regola iscrivendosi 22enne nel 1880 al
Conservatorio di Milano, città dove entra in contatto con una vivacissima scena artistico-culturale, in particolare
la cosiddetta Scapigliatura Lombarda (poeti, romanzieri, pittori, musicisti) che a sua volta risulta un po’ il
pendant della bohème parigina. A Milano Puccini viene altresì notato dall’editore Giulio Ricordo che, al di là
dell’atteggiamento forse sin troppo paternalistico, gli predice un radioso futuro da operista.
Gli esordi tuttavia sembrano negargli queste gratificazioni perché le prime due opere, Le Villi ed Elgar,
ambiziose a livello ideativo e formale, ottengono scarsi riscontri, del resto forse prevedibili in un periodo in cui
trionfano la Cavalleria rusticana di Mascagni e I pagliacci di Leoncavallo. La svolta per Puccini avviene però il
1° febbraio 1993 quando al Teatro Regio di Torino viene allestita Manon Lescaut, forse oggi ritenuta marginale,
in realtà da rivalutare nonostante i pasticci del libretto a cui metton le mani ben quattro autori come Marco
Praga, Domenico Oliva, Luigi Illica e il citato Leoncavallo (risulterà poi come opera di anonimo). La Manon,
erede di un gusto un po’ alla Wagner, dovrebbe mostrare però una nuova concezione teatrale, che però viene
lasciata in ombra dalla straordinaria vena melodica: si tratta della ricerca di una drammaturgia composita e di un
sinfonismo “rappresentato” all’interno di una multiformità del canto di conversazione, come sostiene Galla.
Il primo febbraio 1896, ancora al Regio, va in scena La bohème che rappresenta una volta decisiva, facendo
di Puccini il nome di punta dell’operismo internazionale con l’idea di “poesia, poesia, affettuosità spasimanti,
carne, dramma rovente sorprendente quasi razzo finale” come egli stesso afferma. Il melodramma è ambientato
nella Parigi del 1830 con tanti giovani di belle speranze, i bohèmiens, appunto; dal punto di vista narrativo la
struttura in quattro quadri garantisce al compositore una drammaturgia che è al contempo funzione e oggetto
dell’invenzione musicale e letteraria (Illica e Giuseppe Giacosa); e in tal senso la scrittura orchestrale contempla
movimenti brillanti e commossi, tutti comunque superbamente teatrali. “La mia musica – dice non a caso Puccini
– viene a essere come la ripercussione sonora di un’azione drammatica della mi sensibilità”. Per Bernardoni qui
si tratta di rovesciare la teoria del Musikdrama di Wagner, usata più o meno consciamente.

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