Leone XIII, il Papa della “Rerum Novarum” e il suo successore Leone XIV

“La famiglia è la cellula della società. Se essa è sana tutto l’organismo prospera, se essa è malata, l’intera comunità deperisce e muore”

 

di Gianfranco Andorno

Vincenzo Gioacchino Pecci nasce il 2 marzo 1810 a Carpineto (Anagni). Il 20 febbraio del 1878 verso mezzogiorno la sfumata è grigia, di colore incerto e la gente spopola piazza san Pietro. Devono aprire la loggia esterna e non si trovano le chiavi. Un tramezzo di legno massiccio ostacola lo scasso. I sampietrini addetti alle campane sono andati a pranzo, le campane risuoneranno soltanto dopo le 14. Alle 16 l’eletto del Conclave passa nella Sala Regia ma i cantori non ci sono. Invano si cerca il drappo rosso per la balconata. Nel frattempo trenta mila persone ritornano nella piazza. Crispi e il re hanno deciso che gli ufficiali potranno impartire l’ordine di presentare le armi. Non succede.

L’arcivescovo di Perugia Vincenzo Pecci, eletto papa con il nome di Leone XIII si affaccia sull’interno della Chiesa, il corteo non può passare nella stretta apertura praticata. I fedeli applaudono il prigioniero del Vaticano che per stanchezza rinuncia alle benedizioni. È il primo conclave dopo la breccia di Porta Pia. La Santa Sede è “sotto dominazione ostile”, così indicata da Pio IX. C’è stata l’ipotesi di fare “la riunione sottochiave” fuori dall’Italia. Un mese prima è morto Vittorio Emanuele II, l’usurpatore. L’editoriale de l’Unità Cattolica: “Vittorio Emanuele II è morto! Viva il Papa!” Ma il rito funebre e la sepoltura cattolica sono stati concessi. Gli inconvenienti dell’elezione sono riportati da Carlo Falconi, prima prete e poi eccellente vaticanista. La carriera di Vincenzo Pecci: la scuola dei Gesuiti di Viterbo, delegato apostolico a Benevento, località infestata dai briganti, Nunzio in Belgio, Vescovo in Umbria, Camerlengo. È fragile, gli trema una mano ed è leggermente balbuziente. Il compito subito affrontato dal nuovo Papa è di riportare la Chiesa nel campo delle relazioni internazionali, far cessare il suo isolamento. In Germania c’è la Kulturkampf che attaccava il dogma dell’infallibilità pontificia. Pio IX aveva definito l’imperatore tedesco “nuovo Attila”, Leone tollerante e disponibile augura cordiali intese. In Francia la situazione è complessa, la borghesia nostalgica della monarchia avversa la repubblica. Leone non ne tiene conto, si dimostra leale con il governo laico che aveva ostacolato le organizzazioni cattoliche. Alcuni definiscono il Papa alleato solo della Germania prima e della Francia dopo invece lui mirava a stabilire rapporti con tutti. Lo fece persino con il Sultano d’Instabul, lo Scià di Persia, il Negus d’Etiopia. Anche se all’apparenza e non solo nuocevano alle Chiese locali. Una strategia perseverata anche ai giorni nostri: sacrificare i fedeli quando è meglio il rapporto con il governo straniero. Nel 1891 il Papa del rosario diventa il Papa dei lavoratori. Quasi un anticipatore dei problemi sociali, il partito socialista sarà fondato un anno dopo. Il 15 maggio promulga l’enciclica Rerum Novarum, Delle Cose Nuove. Alcuni cardinali saranno scandalizzati e dissenzienti al contenuto, il suo commento: “Sono troppo vecchi per me.” Il suo impegno per le questioni sociali è notevole e stupisce data l’origine aristocratica. Già nel 1878 nella “Quod apostolici numeris” si era scagliato contro “la micidial pestilenza che serpeggia per le intime viscere della società” ed erano i socialisti e i nichilisti. Coloro che hanno preso “in uggia il lavoro”. Nel documento l’invito ai capi di Stato e Principi ad allearsi alla Chiesa per salvarsi dal socialismo. Pertanto un avvio molto conservatore che si stempera negli anni a seguire. Con l’enciclica “Rerum Novarum” la Chiesa affronta i cambiamenti sociali arrecati dalla Rivoluzione Industriale. Condanna il socialismo, in particolar modo l’abolizione della proprietà privata, rifiuta la lotta di classe. Il Papa conferma questo in un suo discorso: “La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie.“ Suo lo slogan: “Il capitale non esiste senza lavoro, né il lavoro senza il capitale.” L’epistola contiene la critica al liberismo sfrenato, allo sfruttamento dei lavoratori visti solo come strumenti produttivi, invoca un giusto salario, condizioni di lavoro dignitose. Confuta la ricchezza accentrata in pochi e “la mano invisibile” di Adam Smith, l’interesse individuale, che secondo lo scozzese porterebbe al benessere collettivo. I lavoratori possono associarsi in Corporazioni per tutelare gli interessi. I datori di lavoro non devono considerare i dipendenti come schiavi. Importante il ruolo dello Stato stabilito. Questo deve intervenire per incentivare il bene comune, garantire la giustizia sociale, ma non sostituirsi all’iniziativa privata. Il fulcro, il cardine dell’opera è il compito assegnato alla religione e alla morale. La questione sociale non deve essere solo economica ma avere una base morale e religiosa che implica la carità cristiana, la collaborazione tra le classi sociali che compongono l’intero corpo sociale. I cattolici accolgono il documento con attenzione, coinvolgimento. Da questo nel tempo nasceranno le casse rurali, i partiti popolari. Decreterà la loro partecipazione alla vita sociale. I socialisti criticano la Bolla, considerandola un’intromissione della Chiesa con lo scopo di difendere la proprietà privata, frenare le rivendicazioni. I liberali e gli industriali lo vedono come un’intrusione della Chiesa nell’economia, apprezzano l’invito alla collaborazione. I lavoratori approvano le parti a loro favorevoli ma i non cattolici non rinunciano all’adescamento socialista e in seguito marxista. L’enciclica anticipa gli argomenti de “Il Capitale” di Marx pubblicato nel 1867. La “Rerum Novarum” indica una terza via creando un nuovo spazio tra il liberismo eccessivo e il socialismo. Il Papa aveva una memoria eccezionale, un tenore di vita molto sobrio. Pretendeva molto dai dipendenti, dovevano essere sempre a sua disposizione ma pronto a offrir loro bicchieri di marsala e biscotti. Il cardinale Rampolla, suo segretario, lo chiamava il mio padrone ma lo adorava. Il suo pontificato dura 25 anni, fino alla morte il 20 luglio 1903. È sepolto nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Il giorno precedente alla sua dipartita ha un risveglio dal coma e chiede che l’apostata Campello, rientrato nella Chiesa Cattolica, sia esumato e accolto nella tomba capitolare. Sempre il Falconi afferma che il successore Pio X riportò la Chiesa nel vecchio ghetto, stroncando gli slanci missionari ed ecumenici. Ma nei pontificati susseguenti c’è stato il ritorno trionfale della luce, le idee di Papa Pecci: l’identificazione dei valori della civiltà e del progresso, l’aiuto agli umili, l’intesa con i fratelli separati. La “Rerum Novarum” oggi cosa ci dice? La sua etica resiste: dignità nel lavoro, giusto salario, l’importanza della solidarietà, la funzione sociale della proprietà. Suggerisce che l’essere umano non deve essere sacrificato “sull’altare del profitto o dell’ideologia.”

Il nuovo Papa, Robert Prevost, ha scelto il nome “Leone” rifacendosi esplicitamente al Papa dei lavoratori, raccogliendo l’eredità del magistero della fede, del mistero, e della carità cristiana.

-

 

Chi Siamo

Benvenuti sul Giornale Nazionale di Informazione.

Direttore: Massimo Iaretti

Direttore Editoriale: Marco Delpino

Le scelte dell'Editore

@2025 | Italia Sarà – Giornale Nazionale di Informazione | Tutti i diritti riservati | Powered by Callidus Pro