Ha rivoluzionato la figura del chitarrista solista, diventando un punto di riferimento nella musica rock e blues, e lasciando un segno indelebile in generazioni di musicisti
di Antonio Bovetti
Eric Patrick Clapton è nato il 30 marzo 1945 a Ripley, un piccolo paese di campagna nel sud dell’Inghilterra. Il cielo lì era spesso grigio, come l’anima di un bambino che cominciava a rendersi conto di essere diverso perché le mancava l’affetto genitoriale. Clapton, con i suoi occhi grandi e pieni di domande, cresceva in silenzio tra le colline inglesi, ignaro del peso che avrebbe portato sulle spalle.
Era un bambino calmo, timido e solitario, ma – per sua stessa ammissione – anche “cattivo”, determinato nell’apprendere, in particolare la musica, e dotato di un umorismo sottile, quasi nascosto, come certi assoli che arrivano solo dopo un lungo silenzio. Fino ai nove anni visse un’infanzia apparentemente serena, finché non scoprì la verità: la donna che chiamava “mamma”, Rose Clapton, era in realtà sua nonna. L’uomo che chiamava “papà”, Jack Clapp, era il secondo marito di Rose. E Patricia Molly, la sorella maggiore di cui sentiva parlare sottovoce, era in verità la sua madre biologica. Patricia lo aveva avuto a 16 anni da un soldato canadese partito per la guerra e poi rientrato in patria, dove – guarda caso – era già sposato. Un giorno, Patricia tornò a Ripley con altri figli. Eric le chiese se avrebbe potuto essere finalmente sua madre. Lei rispose: «No. Con tutto quello che hanno fatto per te, puoi continuare a chiamare Rose e Jack mamma e papà». Quella frase fu una lama sottile che gli incise l’anima per sempre. Questa aridità di sentimenti, diffusa in una generazione di inglesi temprati dalla guerra e dalle rinunce, divenne la chiave di lettura dell’intera esistenza di Clapton. È da questo disinteresse affettivo che nasce la sua comprensione autentica del blues: perché il blues, prima di essere musica, è una ferita che canta una musica di angosce… e la chitarra, diventò la sua compagna fedele e consolatrice anche se agli inizi gli era ostile quasi inaccessibile…
Clapton frequentò la Hollyfield School di Surbiton e, per il suo tredicesimo compleanno, ricevette in dono una chitarra acustica Hoyer. Strumento ostico, duro sotto le dita inesperte, che quasi lo fece desistere. Ma fu proprio in quella resistenza che il giovane Eric imparò il primo vero accordo: quello con la tenacia. Ascoltava i dischi blues con un piccolo registratore portatile. Per ore e ore cercava di riprodurre gli accordi, i fraseggi, il respiro di quei musicisti neri d’America che avevano imparato a trasformare la sofferenza in bellezza. Il blues lo affascinava come una lingua misteriosa e familiare al tempo stesso. Clapton si immergeva in quella musica come si entra in un sogno ricorrente. Era la sua via di fuga e, forse, anche il suo riscatto. In interviste e documentari, come Life in 12 Bars, Clapton si racconta senza sconti: un uomo contornato da oscurità, tormentato da dipendenze e demoni, ma sempre aggrappato alla sua unica ancora: il blues. Muddy Waters, padre del blues di Chicago, una volta disse: «I bianchi possono imparare a suonare la chitarra, ma non riusciranno mai a cantare il blues. Non hanno abbastanza anima, perché non hanno sofferto abbastanza». Eppure Clapton, con discrezione e dedizione, ha smentito quella profezia. Non ha mai cercato di “rubare” il blues: lo ha accolto, rispettato, amato come si ama ciò che ci salva la vita. E l’ha restituito al mondo senza mai prendersene il merito. Quando un giornalista gli chiese cosa significasse il blues per lui, Clapton rispose: «Se non lo conoscete, vi consiglio di cercare e ascoltare Live at the Regal di B.B. King. Contiene tutto quello che c’è da sapere sul motivo per cui ho iniziato a suonare la chitarra». In quelle parole c’è la sintesi di un uomo alla costante ricerca di un’identità, affamato d’amore per colmare i vuoti dell’adolescenza, timoroso del rifiuto, eppure determinato a raccontare il proprio dolore in musica. La vita di Eric Clapton è un romanzo malinconico, un viaggio dentro i chiaroscuri dell’anima. La sua chitarra ha saputo gridare e piangere, ha sussurrato l’amore e l’abbandono, la speranza e la disperazione. Life in 12 Bars non è solo un documentario: è un’autobiografia musicale, una confessione sussurrata tra una nota e l’altra. Il blues non è stato solo il suo stile: è stato il suo rifugio, il suo specchio, la sua redenzione. E così, quel ragazzo nato sotto un cielo grigio d’Inghilterra ha insegnato al mondo che anche le anime spezzate sanno creare bellezza, se trovano una chitarra e il coraggio di usarla per raccontare la sua verità.