Guardare all’infanzia per riaccendere la gioia

Filosofia della vita: impariamo a tornare bambini…

 

di Gianluca Giunchiglia

L’infanzia è il periodo della vita in cui avvengono le esperienze formative, quelle, di cui avremo poca memoria in età adulta, ma che influiscono sul presente e sul futuro. Le relazioni primarie vanno a costruire il carattere e divengono il modello di riferimento con cui dobbiamo fare i conti per tutta la vita; rappresentano i “mattoni” nella costruzione della personalità. Eppure, con il passare degli anni, se ci sforziamo di ricordare rivediamo alcune immagini, per lo più sfumate, altre nitide, ma solo frammenti dell’inizio della nostra storia. Ancora di più ci è difficile collegare a questi flash gli stati d’animo di quel momento, che sicuramente avevano una tonalità affettiva ben precisa. Nonostante ciò, chi di noi adulti non vorrebbe tornare bambino? Chi non desidererebbe rivivere, fra le emozioni, la gioia, l’allegria, la fantasia, l’irrazionalità, la vitalità, la leggerezza e la spensieratezza proprie di quell’età? Forse soltanto chi non è stato bambino, chi non ha avuto diritto a un’infanzia, oppure chi ha potuto avere tutto ciò, ma in minima parte poiché la solitudine, l’assenza, la paura, la tristezza, l’irrequietezza e l’angoscia hanno fatto da padrone, incidendo pesantemente. Lo sguardo attento, il contatto con il bambino che eravamo e che siamo sempre, ci dà, in età adulta, un’altra possibilità: accettare la nostra infanzia com’è stata, con i suoi lati di luce e ombra, con la fragilità e la forza, con la sicurezza e la paura, con la gioia e il dispiacere, con la rabbia e la felicità che abbiamo avuto dalla relazione con “l’altro”.

In questo senso si può pensare al fatto – unico e irripetibile – di essere stati concepiti dall’“amore” per il quale si devono fronteggiare le problematiche della vita. Sotto questa luce, l’infanzia allude alle esperienze che sono fonte di felicità; e già l’averle vissute rappresenta il dono più grande che ci possa venire. Il fatto stesso di poter pensare, gioire o soffrire, sentire vivendo il presente; oppure il passato ripensando a ieri, tutto questo è grazie al dono della vita che ci è stato concesso. Tutto il resto viene dopo. Anche la storia personale viene dopo; prima c’è la vita ed essa deve essere vissuta di là da ogni esperienza di gioia o di dolore che possa forse inevitabilmente colpirci a nostra insaputa. Occorre perciò ricercare dentro noi stessi le forze vitali che ci provengono proprio dall’infanzia, permettendoci di usarle come risorse positive, spendibili nel quotidiano. Un bambino migliore oggi è un adulto migliore domani. L’intellettuale Gianni Rodari, nella geniale “Grammatica della fantasia” (1973), sostiene che, attraverso lo sviluppo di un atteggiamento creativo, si forma l’uomo completo, indipendente e libero; quell’uomo capace di mutare la società proprio perché sa usare la propria immaginazione. La creatività poggia sull’immaginazione, che può essere incrementata attraverso l’educazione. La disposizione creativa nasce nell’infanzia, potenziando in essa l’immaginazione e la libertà fantastica. È quella disposizione cui ricorriamo in età adulta per realizzarci nelle arti, nello spirito. Nell’infanzia, la creatività si accompagna alla gioia, fa parte di quel bisogno e diritto alla gioia che caratterizza il bambino. Dunque, bisogna farlo ridere e sorridere, poiché l’allegria è più bella della scienza, ha funzioni catartiche e apre alla comunicazione più profonda, che vede genitori e figli, adulti e giovani crescere insieme per un’educazione più reciproca possibile. Guardare con attenzione all’infanzia significa riaccendere in noi l’esperienza della gioia, per realizzarci e renderci più felici. Così un giorno vi sarà un mondo migliore di quello di oggi.

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