Letture per … l’estate. “LE CATILINARIE” di Amélie Nothomb

di Maria Antonella Pratali

Due coniugi in pensione decidono di abbandonare la città per cercare la quiete e la poesia della vita in campagna. Trovano una casa piuttosto isolata, che immediatamente sentono entrambi come ciò che hanno sempre sognato e cercato, la comprano e vi si insediano. Al di là del giardino c’è solo un’altra casa, dove vivono un medico e sua moglie che, a quanto riferito dall’agente immobiliare, fanno vita molto riservata.

I primi giorni trascorrono in una sorta di idillio. Finché un pomeriggio, alle 16, sentono bussare alla porta. È un uomo obeso, con un’espressione imbronciata in volto, che Émile, il protagonista maschile, scoprirà essere il vicino di casa. Senza presentarsi irrompe in salotto, si toglie il cappotto e sprofonda nella poltrona. Non dice una parola, ma accetta un caffè. Il suo vocabolario pare limitarsi a “sì” e “no”, per di più pronunciando quei monosillabi molti secondi dopo le domande che Émile gli pone, imbarazzato, nel tentativo di avviare una conversazione. Il vicino sta lì immobile, imbronciato e con lo sguardo perso nel vuoto per due ore esatte. Alle 18 prende il cappotto e se ne va. 

La scena si ripete esattamente nello stesso modo per molti giorni successivi. Émile, nonostante le esortazioni della moglie Juliette, non riesce a non aprire la porta, anzi si sente obbligato ad avviare lunghi monologhi, tentando di stimolare qualche reazione da parte del medico, che rimane muto e impassibile. Un pomeriggio Émile riesce a respingere l’assalto quotidiano del vicino ma, come poco dopo gli farà notare Juliette, non con educata fermezza, ma con uno sbotto d’ira che esprime anche con le mani, prendendolo per il bavero e spingendolo via. 

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Le visite non si ripeteranno più, ma si innescherà una serie di eventi, riflessioni, meccanismi psicologici e azioni che destabilizzeranno definitivamente la vita dei due coniugi e la loro percezione di sé stessi.

Il titolo richiama le “Catilinarie” di Cicerone, ma qui la retorica è sostituita dal silenzio che uccide e da una moderna forma di invasione che non necessita di parole per deformare la nostra realtà.

L’assurdità delle situazioni ricorda Kafka e Ionesco, ma nella prosa ironica e tagliente tipica di Nothomb, che tiene i lettori incollati fino all’ultima pagina. 

Il romanzo è una riflessione cruda sull’incapacità di dire no, sul conformismo, sul terrore dell’altro, sul disagio esistenziale; ma anche sulla fragilità dell’equilibrio che regola la nostra quotidianità, in cui da un momento all’altro può irrompere l’imprevisto, apparentemente banale, che è in grado di stravolgerla.

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