27 giugno 1980: una pagina “buia” della “Prima Repubblica”
PRIMA PUNTATA
Inchiesta di Vittorio Dal Piano e Marco Delpino
Dalla radio della torre di controllo dell’aeroporto di Roma Ciampino, la serata del 27 giugno 1980, l’ultimo gracchiante messaggio ai piloti del Dc-9 870 della compagnia Itavia fu questo: “Nessun ritardo a Raisi, chiameremo a breve per la discesa…”. Ma l’aereo, in volo da Bologna, allo scalo di Punta Raisi, 35 chilometri a ovest della città di Palermo, non giungerà mai. Il volo IH870, con a bordo 81 persone (68 adulti e 13 bambini, compresi quattro membri dell’equipaggio) si inabisserà alle ore 20.59 nel mare dell’isola di Ustica trascinando con sé segreti militari, silenzi, omertà, domande senza risposta, scontri di poteri, tracciati radar cancellati, registrazioni manomesse e molte, troppe, coperture politiche, capaci di nascondere, per anni e anni, attraverso infinite inchieste, indagini e migliaia di pagine di verbali, una verità inconfessabile: quella sera, sopra i cieli del Mediterraneo, c’era in atto una vera e propria guerra.
Tutte le tesi e le ipotesi, avanzate nei primi giorni successivi all’incidente, si rivelarono prive di fondamento, frutto di improvvisazioni o di vera e propria malafede. A cominciare da quella che ipotizzava la pista terroristica, con l’esplosione a bordo di una bomba a orologeria, o quella del “cedimento strutturale”, apparsa non credibile dopo il recupero del relitto in mare. Ci vollero quasi venti anni per ottenere un primo pronunciamento della giustizia. E fu un giudice, instancabile e testardo, Rosario Priore, ad affermare, in una sentenza lunga più di cinquemila pagine, che l’aereo dell’Itavia fu abbattuto nel quadro di un’operazione di “polizia internazionale”, a carattere militare e segreto, a causa di un missile, proveniente con ogni probabilità da un caccia americano o francese, lanciato con l’obiettivo di abbattere un Mig-23 dell’aviazione libica. Quest’ultimo velivolo, per evitare di essere individuato, si sarebbe collocato, nascondendosi, sotto “l’ombra radar” del Dc-9 civile. E questa prima affermazione della verità riuscì a farsi strada nonostante tutti i vergognosi tentativi di sviare la verità attuati da autorità militari, politiche e corpi dei servizi segreti.
Lo stesso Ministero della Difesa, nei giorni successivi all’incidente, aveva negato a più riprese che quella sera ci fossero manovre militari in corso in quella zona del Mediterraneo. E tutte le versioni ufficiali delle settimane successive insistettero sul fatto secondo cui la sola spiegazione logica poteva essere quella di una bomba a bordo, esplosa a seguito di un ben congegnato attentato terroristico. E, a riprova di queste affermazioni, alla redazione del “Corriere della Sera” arrivò una telefonata anonima a nome della formazione neofascista Nar, ovvero i Nuclei Armati Rivoluzionari, secondo cui un membro del gruppo trasportava su quell’aereo una bomba destinata a un attentato a Palermo. «Lo riconoscerete grazie all’orologio della marca Baume & Mercier che aveva al polso», disse il depistatore. Ma l’uomo in questione, in realtà, era vivo a Nizza. Invece, al momento dell’incidente, erano presenti sui cieli del Tirreno numerosi aerei militari. Ed è noto anche che numerosi documenti misteriosamente e scandalosamente sparirono nel corso del tempo: nei registri del centro radar di Marsala, in Sicilia, la pagina del 27 giugno 1980 fu strappata. Allo stesso modo, i tracciati registrati a Poggio Ballone, in provincia di Grosseto, furono inviati a Trapani e poi sparirono. Mentre a Ciampino fu “perduta” la lista dei militari di turno nella sala operativa nella notte della strage. Un tracciato, tuttavia, emerse. E questo tracciato mostrava che il Dc-9, al momento dell’incidente, non era solo. Dopo anni di innumerevoli tentativi di depistaggio, di disinformazione, di prove occultate, di testimonianze (e testimoni) “spariti” in tutti i sensi, appare ormai fondato il sospetto che l’incidente occorso al Dc-9 si sia verificato a causa di una vasta operazione di intercettazione avvenuta quella sera; una vera e propria operazione militare sotto tutti i punti di vista. Con un “risultato” che nessuno avrebbe voluto: l’abbattimento di un aereo civile. Un “evento” che si verificò a causa di una serie di clamorosi errori e concomitanze che dimostrano come la “sovranità militare” del nostro Paese sia stata (e forse lo sia ancora) alquanto “limitata”.
(fine prima puntata)
La cartina, pubblicata all’epoca dal “Corriere della Sera”, di quanto accade sui cieli d’Italia la sera del 27 giugno 1980.