Tra dittature e “democrature”, guerre di armi e guerre economiche…
di Marco Delpino
L’occupazione delle stanze del Potere da parte di certi “personaggi” il cui solo pensiero che tengano in mano le sorti del mondo fa rabbrividire, ci fa comprendere come gli esempi delle dittature del secolo scorso (nazismi, fascismi e comunismi) non ci abbiano insegnato granché e le guerre, nonostante i “disagi” patiti dai nostri padri e dai nostri nonni, continuino imperterrite a devastare il mondo seminando violenze, distruzioni, odio, vendette, lutti e una miriade di danni anche economici. Se poi alle “guerre” delle armi aggiungiamo quelle “economiche”, non c’è da stare allegri…
Se però sappiamo come ragionano (anzi: s-ragionano) le dittature d’ogni ordine e grado, nelle nostre cosiddette “democrazie”(o “democrature”, vedi quella dell’Ungheria o quella verso cui sta scivolando l’America) non è che nelle stanze dei bottoni (nazionali, regionali e locali) stazionino… “campioni di libertà”…
Non sappiamo se in Italia ci sia mai stata una vera “democrazia compiuta”, ma è certo che si respirava un’aria di libertà assai più pura e limpida cinquant’anni fa rispetto all’asfissiante “omologazione” che ammorba l’aria oggi. Tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta, oltre ad una classe politica assai più “sensibile” verso i diritti e i sentimenti dei Cittadini, c’era (se non altro) una (chiamiamola)… parvenza di libertà. Non a caso, tutte le grandi conquiste civili e sociali delle donne, dei lavoratori, degli studenti e della “società civile” in genere si sono concretizzate in quel periodo storico. È vero che in quegli anni c’era il terrorismo, c’erano i cosiddetti “servizi deviati” che depistavano i tanti “misteri d’Italia” che tali sono rimasti, ma esisteva un senso civico che oggi ce lo sogniamo. Intanto c’era maggior rispetto verso il Cittadino e verso i Giornalisti, ma c’era anche la consapevolezza del fatto che tutti facciamo parte di una comunità e, come tale, dobbiamo rispetto verso le altrui idee ed esigere rispetto per le nostre. È anche vero che c’erano giornalisti più liberi o che tali si sentivano anche se “sottopagati” come ai giorni nostri. Ma esistevano maggiori margini di libertà e, soprattutto, più ampie “palestre” di quelle (poche) rimaste. Tradotto in soldoni, al fine di apparire equidistanti, dovremmo sempre dire: mi piace il caffè, ma non sono affatto contrario al caffelatte? O, peggio, se parliamo di “mafia” ad un dibattito, dovremmo forse invitare un esponente dell’Onorata società a fare da contraltare a un tutore della Legge nel rispetto della “par condicio”? Siamo all’assurdo e rischiamo tutti di interpretare una commedia kafkiana, vista l’incomprensibilità delle situazioni in cui spesso ci troviamo. Cinquant’anni fa non c’era tanto da discutere se si organizzava una manifestazione studentesca per onorare il martirio di Jam Palach, per chiedere la cessazione della guerra in Vietnam o per invocare la parità dei diritti delle donne. Bei tempi quando, nel 1984, Pippo Baudo, dal palco di Sanremo, “osò” dare la parola a una rappresentanza sindacale degli operai dell’Italsider per affermare che “la nostra lotta è la lotta del Paese”. Oggi si aprirebbero le cateratte della politica…
Una vignetta del nostro collaboratore Claudio Mellana.